Sulla pelle di Stefano, sulla nostra pelle


La libertà personale è inviolabile (...).  È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
Art. 13 Costituzione Repubblica Italiana

Non è facile parlare di un film come Sulla mia pelle perché la morte di Stefano Cucchi è una pagina nera della storia italiana, che ha provocato e continua a provocare tanto dolore e tanta rabbia. È una storia che mentalmente collego ai ragazzi torturati a Genova, a Federico Aldrovandi, a Giulio Regeni: persone che non si conoscevano tra loro e che mai avrebbero pensato e desiderato di entrare nella storia d'Italia. Eppure, la loro vita ha segnato anche la mia crescita e quella di molti altri. 


Ciononostante, anche se conosco la vicenda di Stefano e provo ad immaginare quei pezzi di storia ancora mancanti, guardando il film di Alessio Cremonini è come se la apprendessi per la prima volta. Infatti, mentre impotente vedo scorrere sullo schermo gli ultimi sette giorni di vita di Stefano, i miei sentimenti vanno dall'incredulità all'angoscia, dalla rabbia alla speranza. Sì, speranza: perché mentre Stefano scivola lentamente e inesorabilmente verso la morte, nella più totale solitudine e in preda ad una sofferenza indescrivibile, pur consapevole di quanto sta per accadere, io spero che qualcuno lo porti via da quel girone dell'inferno, che qualcuno spezzi quella violenza di Stato indicibile e senza senso.


In un'intervista Alessandro Borghi, straordinario interprete di Stefano, ha affermato che avrebbe voluto gridare aiuto al suo posto. Da parte mia, io, mera spettatrice del suo calvario, vorrei scuoterlo e dirgli che deve resistere perché è importante per me. Vorrei abbracciarlo. Vorrei che i suoi genitori sfondassero le porte del carcere ed entrassero con la forza. Vorrei che ci fosse un finale diverso. L'ultimo abbraccio tra il padre e Stefano, durante il processo, è devastante, ma è con il monologo finale che la speranza è completamente schiacciata e il buio di Stefano è il nostro buio. 


Tutto questo perché mi rifiuto ancora oggi di poter credere che la vita di un ragazzo, la vita di un fratello, la vita di un figlio, la mia vita, possa essere così insignificante per lo Stato che abbiamo chiamato a proteggerci e che esiste solo perché insieme siamo più forti. Non posso credere che quella debolezza in cui è caduto Stefano, la droga, in cui cadono alcuni di noi, che siamo tutti esseri umani e in quanto tali imperfetti, in cui tanti altri potrebbero cadere in qualsiasi momento, possa portare all'indifferenza, al disprezzo, alla violenza da parte di chi è incaricato di tutelarci anche quando sbagliamo, anzi, soprattutto quando sbagliamo: il livello di "civiltà" di uno Stato si misura anche in base al modo in cui tratta i propri detenuti. Eppure, dopo nove lunghi anni, i familiari di Stefano, e noi con loro, sono ancora in attesa che i responsabili vengano individuati e condannati. Quella giustizia che ha fallito con Stefano continua a tutt'oggi a fallire e a insultare la sua memoria. 


Raramente un film è capace di emozioni che ci travolgono con tanta forza e prepotenza. Nel mio caso, Sulla mia pelle ci è riuscito, dando voce a chi non ne ha più. Non sappiamo come andrà a finire il secondo processo che coinvolge cinque carabinieri e il film non doveva e non poteva rispondere a questa domanda; quel che certamente sappiamo è che Stefano, con tutti i suoi errori, le sue contraddizioni, i suoi demoni, si è spento lentamente e in solitudine, uno stato di abbandono che ci spaventa e ci indigna perché nessuno deve e vuole morire così.  

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