lunedì 27 maggio 2013

IL GRANDE GATSBY


Titolo originale: The Great Gatsby 
Paese: U.S.A
Anno: 2013
Regia: Baz Luhurmann
Genere: Drammatico, Sentimentale
Durata: 143 min.
Cast: Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher, Jason Clarke, Elizabeth Debicki
Soggetto: Francis Scott Fitzgerald
Sceneggiatura: Baz Luhurmann, Craig Pearce

Baz Luhurmann ama reinventare classici della letteratura mondiale, così come fece con Romeo e Giulietta di William Shakespeare, mantenendo trama e parole, ma ambientando la tragedia ai giorni nostri.
Con Il Grande Gatsby, Baz Luhurmann non fa altro che compiere la stessa operazione, portando sulla scena, addirittura in 3D, il lusso sfrenato degli anni Venti attraverso maestose scenografie, superbi costumi, una colonna sonora trascinante e coinvolgente che accantona il jazz dei Ruggenti Anni Venti per sostituirlo con un accattivante hip hop.
Ma dietro l'incanto e la grandezza mostrati sullo schermo si nasconde la fragilità di una generazione sull'orlo del precipizio, che di lì a pochi anni cadrà sotto il peso della crisi economica. Una crisi che ricorda tanto quella attuale, preceduta da un'overdose di ricchezza per pochi, mentre il resto del mondo regge le sorti di quei pochi fortunati. È buffo, ma nel vedere il film di Luhurmann mi sono venute in mente le parole che Selina Kyle rivolge a Bruce Wayne in The dark knight rises: "Sta arrivando una tempesta, signor Wayne. È meglio che lei e i suoi amici vi prepariate al peggio. Perché quando arriverà, vi chiederete come avete potuto pensare di vivere così alla grande, lasciando così poco per tutti noi!".
Jay Gatsby è un personaggio che incarna perfettamente il suo tempo, un uomo che ha costruito intorno a sé un mondo fatto di pailettes e brillantini, pronto a dissolversi alla prima oscillazione. Un uomo corrotto dal denaro e dal potere, ma che ha mantenuto intatta e pura l'unica cosa a cui teneva davvero, l'amore per Daisy, e desideroso di essere il primo agli occhi di lei ha creato un impero.
Leonardo DiCaprio sembra nato per interpretare il ruolo del grande Gatsby, un uomo pieno di speranze ed illusioni, ma anche provvisto di un lato oscuro ai più, che continua a navigare contro corrente, nonostante l'infrangersi sulla riva di tutti i suoi desideri. La sua interpretazione è magistrale: immedesimazione totale, che solo pochi attori riescono veramente a concepire.
Ottimo il resto del cast: da Tobey Maguire, che non può che ricordare un altro personaggio di Luhurmann, il Christian interpretato da Ewan McGregor in Moulin Rouge! Se in quest'ultimo film narratore e protagonista si fondevano in un unico personaggio distrutto dalla morte dell'amata Satine, ne Il Grande Gatsby Nick Carraway assiste alla vita dell'amico Gatsby con un'ammirazione e una devozione che alla fine si rivelano parimenti devastanti.
Civetta, seducente ed anche un po' meschina: Daisy Buchanan è una Carey Mulligan capace di sfoderare un'ambiguità e una fragilità di una diva di altri tempi.
Non può non meritare una menzione speciale Joel Edgerton, che interpreta Tom Buchanan, rendendone ben percepibile la doppiezza, la codardia e la spietata crudeltà.
Diciamoci la verità: in questa recensione è soprattutto il cuore a parlare. Non ho amato alcune cose del film, come ad esempio l'eccessiva narrazione da parte di Nick, con dialoghi ridotti all'essenziale. Tuttavia, questa narrazione ridondante e implacabile contribuisce a creare il sogno, il sogno del cinema che riesce sempre a stupire e a ripetersi in film capaci di parlare all'anima.

"Eppure noi continuiamo a remare, barche contro corrente risospinti senza sosta nel passato".

Voto: 9

sabato 25 maggio 2013

WARM BODIES


Titolo originale: Warm Bodies
Paese: U.S.A
Anno: 2013
Regia: Jonathan Levine
Genere: horror, commedia, romantico
Durata: 97 min.
Cast: Nicholas Hoult, Teresa Palmer, John Malkovich, Dave Franco, Analeigh Tipton
Soggetto: Isaac Marion
Sceneggiatura: Jonathan Levine

Dopo Beautiful Creatures - La sedicesima luna, continua la mia carrellata di teen movies intrisi di horror con Warm Bodies, film uscito all'inizio del 2013, scritto e diretto da Jonathan Levine e prodotto dalla Summit Entertaiment (la stessa casa di produzione di Twilight), tratto dall'omonimo romanzo di Isaac Marion. 
In un mondo popolato di zombie, sono sopravvissuti pochissimi uomini, barricati in una città protetta da un muro. Durante una spedizione alla ricerca di farmaci, Julie viene salvata dallo zombie R. che inaspettatamente decide di non mangiarla.
Tra i due nasce un rapporto di amicizia, grazie al quale R. recupera poco a poco la sua umanità.
Nato come l'ennesimo tentativo di colmare il vuoto lasciato da Twilight (ma ne sentiamo davvero la mancanza?), Warm bodies è un film che inaspettatamente si rivela più piacevole di quello che si possa pensare, grazie all'ironia con la quale è  qua e là condito.
Infatti, a differenza del vampiro, che da sempre è considerato una creatura a suo modo affascinante, lo zombie nella letteratura e nel cinema è solitamente rappresentato come un essere che genera negli altri ribrezzo e orrore. Per questo motivo il film, conscio di non poter prendere troppo sul serio una creatura come lo zombie, sceglie di raccontare la storia con umorismo, dando al protagonista  R. un'anima, ma al contempo la consapevolezza della sua ambiguità e della sua stranezza. Ne vengono fuori, perciò, diversi momenti piuttosto divertenti, che rendono il film piacevole da guardare.
Carini i due protagonisti Nicholas Hoult e Teresa Palmer, il primo, inglese, qualcuno lo riconoscerà, era il bimbo di About a Boy, cresciuto nel frattempo, con una storia con Jennifer Lawrence alle spalle; la seconda, australiana, è praticamente al suo esordio ad Hollywood.

Voto: 7


mercoledì 22 maggio 2013

È NATA UNA STELLA


Recensione pubblicata su Cinema Bendato

Titolo originale: A star is born
Paese: U.S.A
Anno: 1937
Regia: William A. Wellman
Genere: Drammatico, Sentimentale
Durata: 111 min.
Cast: J. Gaynor (Esther Blodgett), F. March (Norman Maine), A. Devine (Danny McGuire), M. Robson (nonna Lettie), A. Menjou (O. Niles), L. Stander (M. Libby), O. Moore (Casey Burke), E. Kennedy (affittacamere)
Sceneggiatura: A. Campbell, D. Parker, R. Carson
Trama: La giovane Esther Blodgett arriva ad Hollywood con il sogno di sfondare nel mondo del cinema. Dopo numerosi rifiuti, grazie ad un incontro casuale con il divo in declino Norman Maine, del quale si innamora, ricambiata, riesce a raggiungere la tanto agognata celebrità.

Seppure fortemente celebrativo del sogno americano e, in particolare, di quello hollywoodiano, È nata una stella si rivela una pellicola dalle molteplici sfaccettature.
Fin dai primissimi minuti, il film di William A. Wellman presenta i caratteri tipici della commedia, sia per quanto riguarda l’ambientazione, che esalta l’industria del cinema americano, sia per quanto riguarda i numerosi personaggi di contorno, a tratti macchiettistici. Tuttavia, i severi ammonimenti della nonna della protagonista all’inizio del film lasciano presagire l’approssimarsi di tragici eventi.
Una brillante Janet Gaynor interpreta una giovane proveniente dalla campagna del Nord Dakota, piena di sogni, spensierata e vivace, soltanto apparentemente fragile, perché è molto decisa nel diventare attrice. Ma il film mette in guardia rispetto alla facilità con la quale si può raggiungere la gloria: prima o poi, tutti pagano un prezzo.
E allora ci troviamo di fronte ad uno straordinario Fredich March, che interpreta Norman Maine, attore celebrato come un dio da Hollywood, ma che da un giorno all’altro si ritrova a vivere all’ombra della moglie. Norman non esita a distruggersi con le proprie mani e non riesce neppure a sollevarsi grazie all’amore di Esther, disposta a rinunciare alla propria carriera, pur di salvarlo. 
Sebbene non esiti a mostrarsi disilluso rispetto alle difficoltà che la fama pone e alla facilità con cui quella fama può essere irreversibilmente perduta, il film presenta, comunque, non pochi caratteri paternalistici: la moglie devota, il giudice severo, il produttore amico, che prima fa gli interessi della società e poi si pente.
Il film, ispirato ad un lungometraggio del 1932, A che prezzo Hollywood?, vinse due premi Oscar, uno per il migliore soggetto originale e uno per la fotografia; ebbe, a sua volta, due remake: il primo nel 1954, diretto da George Cukor, con Judy Garland, e il secondo nel 1976, diretto da Frank Pierson, con Barbra Streisand. Ma non si contano gli omaggi che la pellicola ha ricevuto nel corso della storia del cinema: recentissimo quello in The artist di Michel Hazanavicius

Voto: 7 e 1/2

sabato 18 maggio 2013

20 ANNI DI MENO


Recensione di Alessandra Muroni pubblicata su Director's Cult

Titolo originale: 20 ans d'écart
Francia, 2013
Cast: Virginie Efira, Pierre Niney, Charles Berling, Giles Cohen
Sceneggiatura: Amro Amzhawi, David Moreau.
Regia: David Moreau
Durata: 91 min. 

Alice Lantins (Virginie Efira) è una redattrice per la rivista di moda Rebelle, è una mamma single e ha quasi 40 anni e la sorella tenta di accasarla nuovamente col primo che le capita. Balthazar (Pierre Niney) è un giovane studente di architettura di 20 anni, ha un padre (Charles Berling) che collauda auto sportive per il suo programma televisivo ed eterno Peter Pan in procinto (o quasi) di sposarsi con una coetanea del figlio.
In attesa di una promozione, Alice vive la sua carriera in bilico perché il suo capo (Giles Cohen) la giudica troppo "bacchettona" e poco ribelle, e in più deve vedersela con la giovane collega che potrebbe rubarle in posto. 
Alice e Balthazar si incontrano per caso su un volo Rio-Parigi, e complice una chiavetta USB smarrita e una foto equivoca finita su twitter dove si pensa che Balthazar baci una donna più matura, Alice sfrutta questa finta relazione per rilanciare la sua carriera e per dimostrare di essere una donna all'avanguardia agli occhi del suo capo. Però la situazione le sfugge di mano...
Le donne e la carriera. Se vuoi essere rispettata al pari di un uomo e arrivare all'apice del successo, devi incutere timore e concentrare ogni energia nel lavoro, soprattutto in quella giungla chiamata moda. 
Alice è una "figlia di Anna Wintour" la osannata e celebre direttrice di Vogue America, la emula dedicandosi anima e corpo al suo mestiere, è una donna ambiziosa, seria, porta i capelli raccolti in uno chignon, aspetto austero da "fraulen desperate" e di acceso ha solo il rossetto rosso sulle labbra. E soprattutto è convinta di poter fare a meno di un uomo. 
Alice lavora in un microcosmo dell'immagine, ma nasconde il suo essere, la sua femminilità dietro una corazza, rendendola troppo poco ribelle e se vuole sopravvivere alle novità che avanzano sotto forma di una collega esuberante e soprattutto ventenne, deve scendere a compromessi. 
Ed ecco affacciarsi un giovane che ha avuto il suo colpo di fulmine appena l'ha vista, che è giovane, ma dall'educazione vecchio stile e in cerca di una figura matura che sostituisca quella mancante dei genitori. Un ragazzo che comunque è una mosca bianca tra i suoi coetanei, amante delle buone maniere e con una maturità mostrata anche per non assomigliare disperatamente a un padre che gioca ancora all'amico, ma comunque in grado di capire e aiutare il figlio quando ha problemi di cuore, in grado di sciogliere in lei la resistenza ad avere una vita amorosa. 
Anche se questo comporta rovesciare i canoni tipici dell'uomo maturo che può avere una relazione con una donna più giovane, ma che ancora fatica ad accettare una donna accanto al suo "toy boy".
Gli ingredienti per un'analisi della donna contemporanea ci sono tutti: l'età che corre inesorabilmente verso gli "anta", le nuove arrivate più giovani che minacciano di prendere il tuo posto, sacrificare la vita privata in nome della carriera, e soprattutto i pregiudizi e le problematiche nel pensare a una relazione futura quando c'è una grande differenza d'età. 
Se infatti è normale che il padre di Balthazar abbia una relazione con una ragazza di 20 anni, la Parigi un tempo bohemienne ancora non è in grado di accettare che Alice sia in grado di vivere secondo canoni maschili. 
La Francia esporta la sua "cougar" (così chiamate in America le donne dopo gli "anta" che hanno una relazione con ragazzi più giovani) e se il regista Moreau esplora più il lato romantico che quello sociologico, 20 anni di meno è una commedia divertente, fresca e accattivante sin dai dinamici titoli di testa che riprendono una rivista, prendendo in giro i pregiudizi di una società che tende ancora a  bacchettare e a fare la morale.
Moureau tende a stemperare la tematica incorniciandola nel frivolo mondo del fashion deridendo i suoi cliché; a cominciare dal boss americano (impossibile non pensare alla Wintour), al fatato mondo di pallette e lustrini, feste che celebrano artisti egocentrici, modelle evanescenti, fotografe arrabbiate (esilarante il personaggio di Patric), e vita notturna innaffiata di party e cocktail.
Ottimi gli attori: Efira riesce a caratterizzare la sua Alice come un ghiaccio capace di sciogliersi scoprendo la sua sensualità e vitalità, mentre Niney (ribattezzato il Jean Dujardin in miniatura dall'acida fotografa) è una sorta di ventenne alieno così romantico, imbranato e sensibile. I personaggi di contorno sono i più divertenti e sopra le righe, a cominciare dal capo di Alice e dal padre di Balthazar, così bambino, fino all'assistente oca e spumeggiante come un bicchiere di champagne.
20 anni di meno è una commedia divertente, ricca di gag ed equivoci, ma che sa far riflettere per un attimo sui cambiamenti della società e dell'eterne problematiche delle donne, ma con un tocco leggero, non volgare e soprattutto non moralistico. 
L'amore dopotutto, non ha età, no?

Voto: 7,5


venerdì 17 maggio 2013

BEAUTIFUL CREATURES - LA SEDICESIMA LUNA


Beautiful Creatures - La sedicesima luna è un film del 2013 diretto da Richard LaGravanese (P.S. I love you), tratto dall'omonimo romanzo scritto da Kami Garcia e Margaret Stohl, primo capitolo della serie The Caster Chronicles.
Ethan (Alden Ehrenreich) è un sedicenne che vive nella piccola e bigotta cittadina di Gatling, nella Carolina del Sud. All'inizio del nuovo anno scolastico, arriva in città Lena (Alice Englert), una misteriosa ragazza che Ethan crede di aver visto nei suoi sogni. Tra i due è amore a prima vista, ma Lena nasconde un segreto: è una strega e la notte in cui compirà sedici anni potrebbe divenire per sempre una maga delle tenebre.
Ennesimo teen-movie ambientato in un contesto soprannaturale, Beautiful Creatures non introduce nel genere elementi di novità tali da ergersi sopra Twilight e altre pellicole simili. Anzi, il film si avvicina maggiormente ad un prodotto televisivo che ad un prodotto cinematografico, essendo essenzialmente assimilabile, sia come sceneggiatura che come regia, a serie televisive quali The Vampire diaries e, soprattutto, The Secret Circle, serie statunitense andata in onda tra il 2011 e il 2012 per una sola stagione (e ci sarà un motivo). D'altronde, lo stesso regista e sceneggiatore, Richard LaGravanese, non sembra sforzarsi troppo di dare allo spettatore un'impressione diversa, con dialoghi scontati e imbarazzanti e un paio di scene che sembrano riprese tali e quali da Dark Shadows (e sappiamo che non è uno dei lavori migliori di Tim Burton).
Carini i due protagonisti, interpretati da Alice Englert e Aden Ehrenreich, praticamente al loro esordio cinematografico. La coppia è abbastanza affiatata sullo schermo, ma ciò non basta a salvare il film. 
Nel cast figurano anche Emma Thompson e Jeremy Irons, la cui presenza, forse voluta per dare un tocco di classe ad una pellicola irrimediabilmente destinata ad annoiare, stona, dal momento che in un contesto mediocre la loro enfasi recitativa sembra fuori posto. Sarebbe come vederli in una puntata di The Vampire diaries: tremo al solo pensiero. E' un peccato assistere al declino di tali talenti, che pure tanto hanno donato al cinema, il quale ora sembra considerarli troppo vecchi per offrire loro parti decenti.
In poche parole, Beautiful Creatures è un film del quale potevamo fare benissimo a meno e di cui, sinceramente, sconsiglio la visione.

Voto: 4

mercoledì 15 maggio 2013

THE MASTER


Titolo originale: The Master
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Paul Thomas Anderson
Genere: Drammatico
Durata: 137 min.
Cast: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Rami Malek, Jesse Plemons, Ambyr Childers
Soggetto: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson


The Master, film pluripremiato all'ultima Mostra Cinematografica del Cinema di Venezia (Leone d'Argento al regista Paul Thomas Anderson e Coppa Volpi ai protagonisti maschili Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman) è ambientato negli Stati Uniti, a cavallo tra gli Anni Quaranta e Cinquanta. Protagonista è Freddie (Phoenix), marinaio tornato dalla guerra, che soffre di un pesante disturbo post-traumatico: è, infatti, ossessionato dal sesso e cerca rimedio nel bere, il che lo rende piuttosto irascibile e violento. Freddie incontra per caso Lancaster Dodd (Hoffman), fondatore di "La Causa", una setta religiosa che cerca di risolvere i problemi della psiche umana attraverso i viaggi della mente nel passato, espediente attraverso il quale crede persino di poter curare malattie come la leucemia. Il giovane si unisce a Dodd, il quale cercherà di applicare la procedura anche a Freddie, affinché questi guarisca dalle sue ossessioni.
Presentato non ufficialmente come il film su Scientology, la storia raccontata da Anderson, in verità, si riferisce al rapporto tra allievo e discepolo che può instaurarsi in qualsiasi setta religiosa. 
Il film, infatti, non si concentra tanto sugli aspetti sociali ed economici che portano alla fondazione di sette da parte di presunti messia, profeti etc, ma sulla relazione che intercorre tra il maestro e il discepolo più ribelle e più difficile da convertire. Sebbene elementi di criticità nei confronti di queste organizzazioni non manchino (Dodd viene arrestato per presunta appropriazione indebita di fondi), prevalente è l'indagine sulla psiche umana portata avanti da Dodd su Freddie. In questo senso, viene in qualche modo messa in luce la positività del comportamento di Dodd, personaggio critico, ma che è pur sempre l'unico ad essersi interessato ai problemi mentali di Dodd, dimenticato da quella nazione che pure lo ha spedito in guerra. Dall'altro lato, però, Dodd si serve di Freddie per portare a compimento lavori "sporchi", che non ha nemmeno bisogno di ordinargli: emerge anche qui la criticità delle dinamiche esistenti in gruppi basati sul carisma di un uomo solo.
Il film è pregevole soprattutto per le interpretazioni dei due protagonisti, giustamente premiati a Venezia. In particolare Phoenix, sviscerando una fisicità disarmante, riesce a rendere ben visibili sul suo corpo i disturbi della psiche del proprio personaggio.
Una menzione va anche ad Amy Adams, nei panni di Peggy, la moglie di Dodd, un personaggio  dai tratti inquietanti: vero ispiratrice e vera guida delle azioni di un uomo come Dodd, capace di sopravvivere solo grazie alle adulazioni di seguaci nullapensanti e che entra in crisi ad ogni minima  ed anche innocente contestazione. 
La regia è stilisticamente perfetta, con una fotografia luminosa come la mente rischiarata e ripulita dal "male". Il film, però, ha un limite, che costituisce anche la sua forza, a seconda del punto da cui lo si guardi: l'impressione è quella di essere un contenitore splendido, riccamente e finemente decorato, ma vuoto, proprio come vuota e sterile è la procedura che utilizza Dodd per riportare la mente nel  passato. Anderson avrebbe potuto dire qualcosa di più, ma non l'ha fatto. Non ha fornito risposte, ma  ha solamente posto tante domande. 

Voto: 8

lunedì 13 maggio 2013

ADDIO ALLE ARMI


Recensione pubblicata su Cinema Bendato

Titolo originale: A farewell to arms
Paese: USA
Anno: 1932
Regia: Frank Borzage
Genere: Drammatico, Sentimentale
Durata: 78 min.
Cast: G. Cooper, H. Hayes, A. Menjou, M. Phillips 
Soggetto: Ernest Hemingway, Laurence Stallings
Sceneggiatura: O. Garrett, B. Glazer
Trama: Sul fronte del Piave, durante la prima guerra mondiale, sboccia l’amore tra l’infermiera inglese Catherine e il tenente americano Frederic. Lei rimane incinta e scappa in Svizzera. Lui diserta pur di raggiungerla, ma quando arriva è troppo tardi.

Tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway pubblicato nel 1929, Addio alle armi di Frank Borzage, uscito nelle sale americane nel 1932, subì in Italia la stessa sorte riservata al romanzo, poiché fu censurato durante il regime fascista.
Basati sulla vita dello scrittore americano, sia il romanzo originale che la sua versione cinematografica costituiscono una testimonianza rara e preziosa dell’esperienza vissuta durante la prima guerra mondiale dai soldati di trincea.
Tuttavia, chi conosce l’opera di Hemingway non può non notare il forte ridimensionamento che nel film di Borzage subiscono i valori antimilitaristici e anticonformisti che pure pervadono il romanzo.
Da un lato, infatti, la guerra rimane uno sfondo indistinto nel quale si muovono i protagonisti, mentre la disfatta italiana a Caporetto è appena accennata; dall’altro lato, Frederic e Catherine decidono di convivere solo dopo una parvenza di matrimonio celebrato dal sacerdote dell’esercito italiano. Anche la diserzione da parte di Frederic non è pienamente consapevole, dettata unicamente com’è dalle ragioni del cuore e non anche dal crollo di ogni qualsivoglia ideale romantico sulla guerra.
Ciononostante, il film rimane una delle migliori trasposizioni cinematografiche di sempre di Addio alle armi, grazie ad una storia d’amore struggente e appassionante tra due giovani Gary Cooper ed Helen Hayes, costretti come sono nelle loro uniformi, eppure espressivi di tutto il loro fascino.
In un mondo che da circa un decennio era uscito dalla Grande Guerra e si apprestava ad entrarne in una ancora più grande, il film di Frank Borzage, seppure limitato dalla morale del tempo, non esita a invitare a riflettere sulla distruzione che la guerra porta con sé, pronta a dividere famiglie e a troncare le speranze di giovani innamorati.
Il film vinse due premi Oscar, per il miglior montaggio e per la migliore fotografia. Vanta, inoltre, due remake, Addio alle armi del 1957, diretto da Charles Vidor, con protagonisti Rock Hudson e Jennifer Jones, ed Amare per sempre del 1996 di Richard Attenboroug, con Sandra Bullock e Chris O’Donnell.

Voto: 7

Recensione di Addio alle armi di Ernest Hemingway su Ho Voglia di Cinema

giovedì 9 maggio 2013

VENUTO AL MONDO


Titolo originale: Venuto al mondo
Paese: Italia
Anno: 2012
Regia: Sergio Castellitto
Genere: Drammatico
Durata: 127 min.
Cast: Penelope Cruz, Emile Hirsch, Sergio Castellitto, Pietro Castellitto, Vinicio Marchioni
Soggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto

L'ultimo film di Sergio Castellitto, Venuto al mondo, tratto dall'omonimo romanzo scritto dalla moglie Margaret Mazzantini, ambienta un'appassionata storia d'amore durante la guerra nei Balcani.
Gemma (Penelope Cruz) parte con il figlio sedicenne (Pietro Castellitto, figlio del regista) alla volta di Sarajevo, ospite del vecchio amico Gojko (Adnan Haskovic), conosciuto ai tempi delle Olimpiadi invernali del 1984 che si svolsero nella capitale bosniaca. In quell'occasione, Gemma conobbe il fotografo Diego (Emile Hirsh), con il quale visse una tormentata storia d'amore, segnata dall'impossibilità di avere figli, nello scenario dell'assedio di Sarajevo da parte delle forze serbo - bosniache.
Il film è diretto in maniera impeccabile da un Sergio Castellitto sempre più al sicuro dietro la macchina da presa. 
La sceneggiatura scritta dal regista insieme a Margaret Mazzantini, modificando, in parte, il romanzo originale, è ricca di colpi di scena; si fa toccante e commovente in numerosi punti, sia per la storia con la esse minuscola di Gemma e Diego, il cui amore è messo a dura prova dalla sterilità di lei, sia per la Storia con la esse maiuscola della guerra dei Balcani, una guerra disastrosa, che oggi si tende a dimenticare, ma i cui strascichi sono ancora ben visibili nelle strade di Sarajevo. Le svolte della sceneggiatura, però, sono un po' troppo numerose: l'impressione è che si abbia voluto inserire un po' di tutto senza affrontare compiutamente le diverse questioni affrontate.
Discutibili alcune scelte nel cast: in primis, il figlio di Gemma, che recita in modo molto naturale, ma assomiglia troppo al suo padre adottivo, interpretato dallo stesso Sergio Castellitto. La scelta di Penelope Cruz e Emile Hirsch nei panni dei protagonisti sembra unicamente dettata dalla volontà di dare al film una dimensione internazionale: se questa decisione si è rivelata vincente per la Cruz, che recita egregiamente, vale un po' di meno per Hirsch, che sembra essere l'ombra di se stesso in Into the wild.
Nel complesso, l'operazione poteva ben dirsi riuscita se si aveva il coraggio di spingere un po' di più verso la dimensione internazionale, non scegliendo, semplicemente, la star di turno, ma girando e distribuendo il film in inglese, almeno nella parte ambientata a Sarajevo. 

Voto: 6 

martedì 7 maggio 2013

Li teniamo d'occhio... ROONEY MARA


In The social network di David Fincher aveva solo una piccola parte: era Erica Albright, la fidanzata di Mark Zuckerberg alias Jesse Eisenberg. La sua presenza, però, anche se di breve durata, non passa inosservata, anzi, è proprio la sua capacità di tenere testa al protagonista che segnerà il film e che ispirerà la creazione di Facebook:
"Probabilmente diventerai un vero mago dei computer, non mi stupirebbe. Ma passerai la vita a pensare che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. E io posso dirti dal profondo del mio cuore che non sarà per questo. Non piacerai perché sei un grande stronzo".
Per chi non lo avesse ancora capito, stiamo chiaramente parlando di Rooney Mara. Newyorkese, classe 1985, Rooney è figlia del vicepresidente dei New York Giants, di origini italiane, e di un agente immobiliare. Anche sua sorella maggiore, Kate, è una nota attrice, che ha recitato in I segreti di Brokeback Mountain e Iron Man 2.
Kate esordisce al cinema nel 2005 con una piccola parte in Urban Legend 3. Successivamente partecipa a diverse serie televisive, quali Law and Order e E.R. Medici in prima linea. Nel 2009 la sua carriera subisce una volta: recita in Youth in Revolt, accanto a Michael Cera, in Nightmare di Samuel Bayer e, soprattutto, in The social network
Nel 2010 il suo volto acqua e sapone viene scelto per interpretare il personaggio di Lisbeth Salander nel remake americano di Uomini che odiano le donne, il primo romanzo tratto dalla trilogia di Stieg Larsson, affidato alla regia di David Fincher. 
Inevitabile il confronto con Noomi Rapace, che proprio grazie al ruolo di Lisbeth nella trilogia svedese si è aperta le porte del cinema americano. Sono molti, però, a preferire Rooney a Noomi, anche Hollywood, che la candida come migliore attrice protagonista agli Oscar 2012. 
In questi giorni, Rooney è nei cinema italiani con Effetti collaterali, l'ultimo thriller diretto da Steven Soderbergh: come scrive l'inglese The Guardian, Rooney dimostra una potente combinazione "hitchcokiana", vale a dire "l'abilità di essere spaventata e spaventosa allo stesso tempo". 
Nel prossimo futuro dell'attrice newyorkese, ci sono ancora grandi registi e immaginiamo che ce ne saranno molti altri. E', infatti, protagonista - accanto ad un cast stellare composto da Ryan Gosling, Christian Bale, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett e Val Kilmer - del nuovo film di Terrence Malick, di cui al momento non si conosce neppure il titolo.
Intanto, godetevi una clip da The Social Network:

venerdì 3 maggio 2013

MILLENNIUM - UOMINI CHE ODIANO LE DONNE


Recensione di Alessandra Muroni (anche su Director's Cult)

Titolo originale: The girl with the dragon tatoo
Paese: U.S.A.
Anno: 2011
Regia: David Fincher
Genere: Thriller, Drammatico
Durata: 158 min.
Cast: Rooney Mara, Daniel Craig, Christopher Plummer, Stellan Skarsgard, Robin Wright
Soggetto: Stieg Larsson
Sceneggiatura: Steven Zaillian

Mikael Blomkvist (Daniel Craig) è il direttore della rivista Millennium, rivista di carattere finanziario specializzato in inchieste su speculazioni nel mondo dell’alta finanza.
Giornalista di successo, Blomkvist è incapace di avere un buon rapporto con la figlia e invischiato in una relazione extraconiugale con Erika Berger (Robin Wright), nonché caporedattore della rivista.
In attesa di scontare una pena per diffamazione, viene contattato dal magnate Henrik Vanger (Christopher Plummer) per ricostruire gli avvenimenti accaduti nel lontano 1966, riguardo la scomparsa della sua nipote prediletta Hanriett, da lui ritenuta assassinata da un membro della sua stessa famiglia, disfunzionale al limite della perversione.
Mikael si trasferisce da Stoccolma a Hestad per un periodo, in modo da condurre le sue indagini, e viene contattato dalla hacker Lisbeth Salander (Rooney Mara), dando inizio a una collaborazione alquanto singolare, in quanto soggetto studiato e spiato dalla scaltra hacker che ha recuperato illegalmente una serie di informazioni sul giornalista.
Lisbeth è una ragazza introversa, al limite del sociopatico, veste in stile punk e ha un passato doloroso fatto di violenze e abusi. Costretta a vivere sotto la tutela di un avvocato, Lisbeth comunque è un’ottima ricercatrice e sarà un’alleata preziosa per Mikael. I due neo detective scopriranno delle trame oscure legate alla famiglia Vanger e qualcuno tenterà di uccidere Mikael affinché il segreto non venga svelato.
Una storia complessa e affascinante, più di mille pagine compresse in 158’: con Millennium - Uomini che odiano le donne, David Fincher ritorna alle atmosfere cupe di Seven e Zodiac per proporre una versione americana del best seller di culto firmato da Stieg Larsson, già diventato film nel 2009. L’inizio parte come una bomba grazie alla colonna sonora firmata nuovamente da Trent Reznor e Atticus Ross che offrono una nuovo restyling alla hit Immigrant Song dei Led Zeppelin, questa volta cantata da Karen O’, leader dei Yeah Yeah Yeahs. I titoli di testa sono spettacolari, non se ne vedevano così dai lavori di Saul Bass (inventore dei titoli de La Pantera Rosa, e chissà cosa avrebbe fatto con le nuove tecnologie…), facendo subito intuire allo spettatore che quello che vedrà non sarà una passeggiata.
Toni metallici e caldi, a tratti bollenti, raffreddati dalla glaciale Svezia, che fa da cornice a questo thriller avvolto nel mistero.
Fincher è abbastanza fedele al suo predecessore e non parte subito con il caso della scomparsa di Harriet Vanger, ma, rispetto alla versione originale della pellicola, mostra aspetti della vita del giornalista, come il rapporto con la figlia (presente nel libro e non nella versione cinematografica svedese) e della sua famiglia, creando un parallelo tra lui e Lisbeth prima del loro incontro, come se studiasse i suoi personaggi con la precisione di un antropologo.
Il personaggio di Lisbeth invece viene presentato dal principio come una persona sfuggevole ed enigmatica rispetto alla versione rabbiosa interpretata da Noomi Rapace, grintosa anche nel look con il make up più marcato e lo stile più punk e aggressivo. La Lisbeth di Rooney Mara è più “trasparente”, come se non volesse farsi assolutamente notare, con un viso apparentemente acqua e sapone, ma più “evidente” con i capelli e i vestiti non proprio da brava ragazza borghese, facendosi notare inevitabilmente.
Fincher in questo modo cerca di evitare di fare una fotocopia di un film già esistente, rimanendo leggermente più fedele al romanzo, anche se finisce per rispecchiare parecchio la prima versione cinematografica.
E se nell’originale le scene di violenza che subisce Lisbeth sono più crude al limite dell’intollerabile, qui si tende stemperare la violenza, anche se un senso di disgusto pervade ugualmente lo spettatore (femminile), ma nel complesso la storyline finisce per seguire inevitabilmente il suo predecessore.
Valeva la pena un’operazione del genere? Sì, se si dimentica per un attimo l’esistenza della prima versione, perché comunque Fincher ha il pregio di immettere la sua impronta autoriale, analizzando il male attraverso la violazione del corpo femminile, straziato come quello della giovane Lisbeth, costretta a sopportare gli abusi del suo tutore/aguzzino, come la violenza di un possibile omicidio che ha strappato la giovane Harriet alla sua famiglia. Così come le ragazze uccise che ritornano prepotentemente dall’al di là, durante le indagini di Blomkvist e Salander. Uomini che odiano le donne, questo è il titolo italiano per questo primo capitolo della trilogia Millennium, mai così perfetto.
Ma dietro un’apparente misoginia di Larsson, le donne non sono così passive ed ecco Lisbeth sprigionare il suo odio e la sua vendetta, rendendola non meno spietata e pericolosa, riuscendo a capovolgere il ruolo da vittima a carnefice. E in questo Uomini che odiano le donne rimane fedele sia al libro che al film di origine, lasciando intatta la forza e l’anima tormentata della protagonista, dando nuova linfa vitale all’enigmatica bad girl.
Uomini che odiano le donne non è un’inutile operazione commerciale per far conoscere agli americani la trilogia di Larsson (se non la conoscono già, essendo best sellers di fama internazionale), e anche se il paragone è inevitabile e la durata è eccessiva (dilungandosi specialmente nel finale) finendo purtroppo per appesantirlo un po’, è un thriller ben confezionato, visivamente splendido e ben recitato da un cast di prim'ordine (sorprendente Mara), che non tradisce la sua origine europea, evitando di creare un’americanata che non sa andare oltre i soliti cliché.
Fincher, da bravo artigiano che conosce il proprio mestiere, riesce a creare la sua versione personale, di forte impatto visivo, evitando di tralasciare il lato emotivo.
Un film ambientato nel freddo, ma caldo nel suscitare emozioni.

Voto: 7 e 1/2

mercoledì 1 maggio 2013

IRON MAN 3


Titolo originale: Iron Man 3
Paese: U.S.A.
Anno: 2013
Regia: Shane Black
Genere: Cinecomic
Durata: 130 min. 
Cast: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Ben Kingsley, Guy Pearce, Rebecca Hall, Jon Favreau, Don Cheadle
Soggetto: Stan Lee, Larry Lieber, Don Heck, Jack Kirby
Sceneggiatura: Shane Black, Drew Pearce

Il terzo episodio della saga dedicata all'Uomo di Ferro è diretto da Shane Black  (Kiss kiss bang bang, Arma letale) a differenza dei precedenti capitoli, entrambi diretti da Jon Favreau, che in quest'ultima pellicola si è limitato al ruolo di produttore esecutivo, recitando, inoltre, nei panni del capo della sicurezza delle Stark Industries Happy Hogan.
La storia si colloca temporalmente qualche mese dopo gli eventi raccontati in The Avengers: incontriamo un Tony Stark molto scosso da quanto accaduto poco tempo prima a New York, dilaniato da frequenti attacchi di panico. Nel frattempo, gli Stati Uniti sono minacciati da un'organizzazione terroristica, capeggiata da un individuo che si fa chiamare il Mandarino (Ben Kingsley) e che è responsabile di diversi attentati in Medio Oriente e in America.
Il film è un prodotto commerciale allo stato puro, senza altra velleità che quella di divertire. E ci riesce bene, proprio come The Avengers e i precedenti capitoli dedicati ad Iron Man, grazie ad una buona commistione di azione, effetti speciali ed ironia, carattere, quest'ultimo, che da sempre contraddistingue Tony Stark, cui Robert Downey Jr. dà anima e corpo. Le scene in cui il film devia dalla costante ironia sono di brevissima durata: il dramma torna immediatamente a trasformarsi in farsa.
Inquietanti sia Guy Pearce che Ben Kingsley nei panni dei cattivi di turno, soprattutto il secondo, che dà vita ad un personaggio un po' diverso dal solito scienziato che usa le proprie scoperte per fini malvagi, personaggio classico dei fumetti Marvel. Sul versante femminile, bellissime sia Gwyneth Paltrow nei panni di Pepper che Rebecca Hall nei panni di Maya Hansen, vecchia fidanzata di Tony Stark, entrambe lontane dagli schermi da un po' di tempo ed entrambe un po' sprecate per questo genere di film.
Vi raccomando di avere la pazienza di attendere la fine dei titoli di coda per vedere una delle scene più divertenti del film con un cameo illustre.

Voto: 7