domenica 27 ottobre 2013

ORIGINALE VS. REMAKE: PSYCHO

Si apre oggi la rubrica ORIGINALE VS. REMAKE, appuntamento mensile a cura di Ho Voglia di Cinema e Director's Cult, in cui troveranno spazio classici della cinematografia mondiale affiancati dai loro remake.
Abbiamo scelto di dedicare il primo appuntamento della nuova rubrica ad uno dei più famosi film del maestro del brivido Alfred Hitchcock: Psycho, che, uscito nelle sale nel 1960, sconvolse pubblico e critica per la morte della protagonista nella prima mezz'ora.
Di Psycho nel 1998 Gus Van Sant ha realizzato un remake, cosiddetto "shot-for-shot" poiché riproduce fedelmente ogni fotogramma dell'opera originaria.
Nel blog di Director's Cult potete trovare la recensione del film di Hitchcock.
Di seguito, invece, vi propongo la recensione del film di Van Sant.


Titolo originale: Psycho
Paese: U.S.A.
Anno: 1998
Genere: horror, thriller
Durata: 103 min.
Regia: Gus Van Sant
Soggetto: Robert Bloch (romanzo)
Sceneggiatura: Joseph Stefano
Cast: Vince Vaughn, Julianne Moore, Viggo Mortensen, Anne Heche, William H. Macy, Robert Forster, Philip Baker Hall, Anne Haney, Chad Everett, James Remar, Flea

1998, Phoenix, Arizona. La giovane segretaria Marion Crane fugge con 400.000 dollari verso la California per raggiungere il suo amante, all'oscuro del furto.
Durante il viaggio, Marion si ferma nel Motel Bates, dove inaspettatamente viene pugnalata a morte.
Di questo film Gus Van Sant ha detto: "Il mio Psycho è una riproduzione, non un remake...".
Effettivamente, il regista americano ha realizzato un omaggio unico all'opera di Alfred Hitchcok, riproducendone ogni singola inquadratura e ogni singolo taglio.
In realtà, come è naturale che sia, Van Sant non ha mancato di portare il suo tocco personale al film: in primo luogo, scegliendo di girare a colori, invece che in bianco e nero, e ambientando la storia nel 1998.
In alcune scene, inoltre, il film di Van Sant è visivamente più esplicito della pellicola hitchcokiana, in particolare in rapporto a quella che potremmo definire come la problematicità sessuale del protagonista maschile.
Sotto il profilo dell'interpretazione, il cast si dimostra convincente, con la sola eccezione di quella che avrebbe dovuto essere la colonna portante del film, ovvero Vince Vaughn, che interpreta Norman Bates.
Nel film originale, Anthony Perkins era riuscito a portare sullo schermo un uomo che sin dall'inizio appare mentalmente disturbato, ma della cui buona fede non si riesce completamente a dubitare. Viceversa, Vince Vaughn sembra una caricatura un po' grottesca del ruolo ricoperto eccellentemente da Perkins nel 1960.
E' un'opera di cui si poteva fare a meno? Forse sì, forse no.
A chi non conosce ancora Psycho, consiglio caldamente di vedere prima il film di Hitchcock, che dopo tanti anni mantiene intatta la sua superiorità. D'altronde, Van Sant stesso è consapevole di non poter superare l'opera del regista britannico, altrimenti perché avrebbe riprodotto così maniacalmente ogni singolo fotogramma? Possiamo dire che il suo è stato da un lato, un esercizio di stile, dall'altro, una dichiarazione d'amore verso il regista inglese, che non aggiunge molto all'opera originaria, rimanendogli scrupolosamente fedele. Chi ha già visto il primo Psycho, ad ogni modo, si divertirà a riconoscere le piccole differenze tra le due opere, disseminate qua e là lungo il procedere della storia.
Per scoprirle tutte, visitate la pagina di Wikipedia.

Voto: 6 e 1/2

Se ti è piaciuto guarda anche...(ovviamente) Psycho (1960), Gli uccelli, Hitchcock




sabato 26 ottobre 2013

GIGLIO INFRANTO


Recensione pubblicata su Cinema Bendato

Titolo originale: Broken Blossoms o The Yellow Man and the Girl
Paese: U.S.A.Anno: 1919
Regia: David Wark Griffith
Genere: Drammatico
Durata: 90 min.
Cast: L. Gish (Lucy), R. Barthelmess (Cheng Huan), D. Crisp (Battling Burrows), A. Harrows (manager), E. Peil Sr (Malocchio), G. Beranger (Spione), N. Selby (pugile)
Sceneggiatura: D.W. Griffith
Trama: Dopo l'ennesimo maltrattamento subito dal padre alcolizzato, la piccola Lucy si rifugia a casa di Cheng Huan, giovane cinese giunto a Londra per predicare la religione buddista, costretto, però, a scontrarsi con la dura realtà del luogo. 

Con Giglio infranto, D.W. Griffith costruisce un dramma ispirato in larga misura dall'opera di Charles Dickens, con un'inaspettata svolta nel finale in cui emerge l'influenza di William Shakespeare. La protagonista, infatti, è una giovane innocente e pura, che non ha mai conosciuto affetto, ma solo violenza e prevaricazione. Perseguitata dal padre alcolizzato, Lucy conserva intatta la sua bontà e non arriva a desiderare mai il male del suo aguzzino.
La sua purezza, incarnata nel candore del viso di Lilian Gish, contrasta con lo squallore del quartiere di Limehouse, un quartiere grigio e nebuloso dimenticato da Dio e dal mondo.
Proprio in quel quartiere giunge il giovane cinese Cheng Huan: desideroso di convertire inglesi al buddismo, scopre tristemente che il mondo non vuole essere convertito. Pure in quella miseria, Cheng trova come unica fonte di pace ammirare Lucy da lontano.
Quando, finalmente, i due protagonisti si toccano, emerge l'impossibilità del loro amore, inconcepibile per la società in cui vivono. Cheng Huan, in patria uomo rispettato, a Londra è solo un misero “Chinky” (termine inglese dispregiativo per cinese) e nel mondo di Griffith la contaminazione tra “razze” non è ammissibile. Tuttavia, più che un ostacolo insormontabile dal punto di vista ideologico, la rappresentazione della differenza tra i due appare come una presa di coscienza della realtà in cui vivono, di cui è messa in luce tutta l'ingiustizia: due anime così pure avrebbero dovuto incontrasi altrove. Quando Lucy domanda a Cheng perché è così buono, l'incomprensione di lei frantuma le nuove speranze di lui, il cui complesso di valori tracolla una volta per tutte. Quella domanda si rivela ancor più fatale del tragico evento finale, che a quel punto non può che confermare ogni più triste premonizione. Infatti, mentre Lucy mantiene integra, fino alla fine, la sua purezza, Cheg Huan è costretto a rinunciarvi di fronte all'uccisione dell'amata, decidendo che la violenza è l'unica strada possibile da percorrere. Quando la polizia arriva ad arrestarlo, è oramai troppo tardi: lo “Stato” sarebbe dovuto intervenire molto prima.

Voto: 8+

Se ti è piaciuto, guarda anche: Agonia sui ghiacci, America
 

venerdì 25 ottobre 2013

THE IMPOSSIBLE


Titolo originale: The impossible
Paese: Spagna
Anno:2012
Genere: Drammatico
Durata: 114 min.
Regia: Juan Antonio Bayona
Sceneggiatura: Sergio G. Sanchez
Cast: Naomi Watts, Ewan McGregor, Tom Holland, Samuel Joslin, Oaklee Pendergast, Sonke Mohring, Geraldine Chaplin 


The impossible è un film spagnolo in lingua inglese del 2012, ispirato alla vera storia di una famiglia coinvolta nel catastrofico tsunami del 2004.
Maria ed Henri decidono di trascorrere il Natale in Thailandia con i loro tre bambini. L'arrivo del maremoto divide la famiglia, che solo dopo diversi giorni trascorsi in ospedale, riesce finalmente a riunirsi.
Juan Antonio Bayona, già regista di The Orphanage, dirige eccellentemente un film su una catastrofe, che, però, non appartiene al genere catastrofico.
Riprendendo lo stile che già Clint Eastwood aveva mostrato in Hereafter, il regista spagnolo rinuncia, infatti, al sensazionalismo a favore di un crudo realismo che rende molto più palpabile la drammaticità della storia narrata, coinvolgendo lo spettatore sia nella parte della dispersione che in quella della ricerca e nel ritrovamento. Sapere che si tratta di una storia vera, inserita in una storia più grande alla quale tutti o quasi, attraverso i media, abbiamo potuto assistere, non scalfisce minimamente l'emozione provata, ma la rende ancor più viva e intensa. D'altronde, eventi naturali come maremoti e terremoti sono quelle occasioni in cui l'umanità sembra riunirsi intorno alla fragilità della propria esistenza, almeno fino a quando le discussioni non riprendono per nascondere ogni paura legata all'irrimediabilità della propria condizione.
La pellicola si sofferma soprattutto sul personaggio di Maria, una donna ferita nel corpo e nello spirito, che riesce ad andare avanti per salvare l'unico figlio che sembra esserle rimasto. Naomi Watts dà il volto e l'anima a questa donna, mostrando efficacemente tutta la propria empatia e tutto il proprio coinvolgemento.
Alla fine, niente è impossibile. E nonostante la forza improvvisa e prorompente della natura, che scuote la quotidianità, disintegrando ogni certezza e trasportando l'uomo in una dimensione sconosciuta e irrazionale, l'uomo può sempre ritrovare se stesso.

Voto: 7+

Se ti è piaciuto guarda anche... Hereafter.

mercoledì 23 ottobre 2013

SHADOWHUNTERS - CITTA' DI OSSA


Titolo originale: The Mortal Instruments: City of Bones
Paese: U.S.A., Germania
Anno: 2013
Durata: 130 min.
Genere: urban fantasy
Regia: Harald Zwart
Soggetto: Cassandra Clare (romanzo)
Sceneggiatura: I. M. King, J. Postigo
Cast: Lily Collins, Jamie Campbell Bower, Jonathan Rhys-Meyers, Jared Harris, Lena Headey, Robert Sheehan, Jemima West, Kevin Zegers, Kevin Durand, Robert Maillet, Godfrey Gao, Aidan Turner

Tratto dall'omonimo romanzo di Cassandra Clare, Shadowhunters - Città di ossa racconta la storia di Clary (Lily Collins), sedicenne newyorkese che, a seguito dell'improvvisa scomparsa della madre, scopre di essere una cacciatrice di demoni. Aiutata dal tenebroso Jace (Jamie Campbell Bower) e dall'amico di sempre Simon (Robert Sheehan), Clary si mette sulle tracce della madre, la cui sparizione sembra essere collegata ad una misteriosa coppa, ossessivamente voluta dal malvagio Valentine (Jonathan Rhys-Meyers) per la creazione di nuovi shadowhunters.
Il film, diretto da Harald Zwart (Karate Kid - La leggenda continua), ha lo svantaggio di prendere le mosse da un romanzo non particolarmente coinvolgente ed emozionante. 
La pellicola, però, non ha neppure il coraggio di portare sullo schermo quei pochi elementi di novità che l'opera di Cassandra Clare aveva, anticipando allo spettatore a digiuno del romanzo la soluzione dell'enigma finale, appresa dal lettore solo alla fine del terzo episodio della saga. Così facendo, il film non riesce a rendere carico di aspettativa un eventuale seguito, che, tra l'altro, molto probabilmente, non vedrà la luce a causa degli scarsi incassi del primo episodio. 
Per quanto riguarda i protagonisti, una nota positiva va a Lily Collins e Jamie Campbell Bower, che riescono a rappresentare una coppia piuttosto affiatata; mentre assolutamente deludente è il personaggio di Valentine, alias Jonathan Rhys-Meyers, che con eccessiva enfasi interpreta un uomo corrotto dal male, che in verità non sembra nemmeno in grado di badare a se stesso.
Per tutti questi motivi, Shadowhunters - Città di ossa è un film trascurabile, non in grado di recepire l'"eredità", se così vogliamo chiamarla, né di un altrettanto inconsistente Twilight, che però aveva il pregio di stuzzicare la minima curiosità dello spettatore (Bella diventerà o non diventerà un vampiro?), né di un meraviglioso Harry Potter, da cui Shadowhunters trae forte ispirazione nella creazione di un mondo parallelo a quello umano, popolato da innumerevoli creature fantastiche.

Voto: 4

Se ti è piaciuto guarda anche... Twilight, Beautiful Creatures: La sedicesima luna, Warm Bodies, Harry Potter e la pietra filosofale

sabato 12 ottobre 2013

Li teniamo d'occhio... MIA WASIKOWSKA


Australiana, Mia Wasikowska è una delle attrici più interessanti del panorama internazionale e a soli ventiquattro anni ha già recitato in numerosi film, scelti con una cura particolare verso le storie raccontate e per i registi coinvolti, in spregio di dinamiche puramente commerciali. La sua non è la classica bellezza, ma di certo il suo viso non si dimentica facilmente.
Mia debutta al cinema nel 2006 in una serie di cortometraggi. Nel 2007 recita nella versione americana della serie tv In treatment e nel film di Edward Zwick Defiance - I giorni del coraggio accanto a Daniel Craig.
Dopo aver ottenuto una piccola parte in Amelia, Mia si fa conoscere al grande pubblico come protagonista di Alice in Wonderland, il film del 2010 di  Tim Burton, dedicato al fantastico mondo di Lewis Carroll.
Nello stesso anno recita in I ragazzi stanno bene, dove interpreta la figlia di Julianne Moore e Annette Bening, mentre nel 2011, dopo il grande successo del film di Tim Burton, è protagonista di L'amore che resta di Gus Van Sant, di Jane Eyre di Cary Fukunaga e di Albert Nobbs di Rodrigo Garcìa.
Nel 2012 è l'innamorata di Shia LaBeouf in Lawless, l'ultimo film di John Hillcoat, già regista di The Road.
Il 2013 è un anno ricchissimo per Mia che recita in Stoker, thriller di Park Chan - wook, dove è la figlia di Nicole Kidman; in Only lovers left alive di Jim Jarmush, presentato allo scorso Festival di Cannes, di cui al momento non si conosce la data d'uscita in Italia; in Tracks, uscito lo scorso 29 agosto, in cui Mia interpreta una giovane donna che attraversa il deserto australiano per 1700 miglia; infine, in The double, commedia in cui recita accanto a Jesse Eisenberg, suo attuale fidanzato e in cui interpreta una collega di lavoro di Simon (Eisenberg), un uomo timido e insicuro perseguitato dal suo doppelganger. Anche di quest'ultimo film, presentato a settembre al Festival di Toronto, non si conosce la data di uscita in Italia.
Cosa riserva il futuro a Mia?
Ha appena finito di girare Maps to the star, ultimo film di David Cronenberg, in uscita l'anno prossimo, dramma satirico dedicato ad una ricca famiglia di Hollywood. Con lei nel cast figurano Julianne Moore, John Cusack e Robert Pattinson.
Attualmente Mia sta girando Madame Bovary, tratto dall'omonimo romanzo di Gustave Flaubert, in cui interpreta Emma. Infine, sarà protagonista nel film, attualmente in fase di pre-produzione, di Crimson Peak, nuova opera di Guillermo Del Toro, accanto a Jessica Chastain e Tom Hiddleston.