martedì 28 gennaio 2014

WAR HORSE


Recensione di Marco Zaninelli

Titolo originale: War Horse
Paese: U.S.A., Regno Unito
Anno: 2011
Durata: 146 min. 
Genere: Drammatico, Guerra
Regia: Steven Spielberg
Soggetto: Michael Morpurgo
Sceneggiatura: Richard Curtis, Lee Hall
Cast: Jeremy Irvine, Emily Watson, Peter Mullan, David Thewlis, Tom Hiddleston, Benedict Cumberbatch

I film sul primo conflitto mondiale, soprattutto a confronto con l’iper-attenzione della cinematografia americana sulla II guerra mondiale, si contano veramente sulle dita di una mano: i nostrani Uomini contro di Rosi (adattamento, diciamo così, del libro di Emilio Lussu Un anno sull’altipiano) e La Grande Guerra, poi ovviamente Orizzonti di gloria e Niente di nuovo sul fronte occidentale; alla lista aggiungerei Joyeux Noël di Christian Carion del 2005 e appunto il nostro War Horse. Anche cercando una lista completa questo tipo di ambientazione storica non raccoglie più di una quarantina di pellicole.
Passiamo a noi: il film, regia di Steven Spielberg, è struggente. A volte troppo, sfiora lo stucchevole. L’amicizia tra un ragazzo, Albert (Jeremy Irvine), e il puledro da lui allevato sembra a tratti quasi parodistica, sovradimensionata, troppo umana, quasi che il giovane pensasse più al cavallo che ai rapporti con altri esseri umani; se i soldati al fronte portavano la foto di mogli, fidanzate e mamme per scaldarsi nelle gelide notti, lui conserva accanto al cuore il ritratto dello splendido stallone. La pecca sta forse quindi nell’eccessiva umanizzazione dell’animale e nell’umano spirito di sacrificio che lo contraddistingue: addirittura si offre, al posto di un altro cavallo ferito, per trascinare dei pesantissimi cannoni tedeschi su di una collina.
Per il resto – ho voluto subito accumulare le critiche negative – il film è emozionante; difficile restare impassibili di fronte al coraggio, alla capacità che questo animale ha, passando di mano in mano, di cambiare le persone, di renderle più umane nell’inferno della Grande Guerra.
Pur essendo un cavallo quasi purosangue e dalla conformazione  adatta più alla corsa che al lavoro, in patria darà prova di eccezionali capacità fisiche e “morali”, arando (con il supporto e grazie al legame con il giovane) un campo considerato poco più di una pietraia, salvando così la fattoria del padre di Albert. 
Allo scoppio del conflitto verrà comunque venduto per saldare i debiti e, tra le lacrime e gli addii, sarà arruolato, ben prima del suo padrone, nell’esercito inglese. 
Acquistato dall’ufficiale di cavalleria James Nicholls (Tom Hiddleston) inizierà la sua guerra come l’antica e rispettata macchina da sfondamento che rappresentò in passato, scontrandosi tuttavia con la guerra moderna. Le mitragliatrici tedesche falceranno l’ultima carica dei cavalleggeri inglesi e con loro la speranza di una guerra rapida.
Passerà quindi nelle mani di due giovani soldati tedeschi che tenteranno di disertare e di una ragazzina francese orfana dei genitori e allevata dal nonno. Poi lo vedremo brutalmente sfruttato come misero animale da tiro. Infine, per un attimo, sarà di nuovo libero e selvaggio nella sua corsa attraverso la terra di nessuno, prima di rimanere bloccato nei reticolati. Tuttavia, nonostante la situazione drammatica, porterà umanità anche nella desolazione tra le due trincee, nella terra francese martoriata dalle bombe e lastricata di sangue e fango, venendo liberato dal filo spinato grazie all’azione combinata di due soldati di diversa bandiera che, l’uno di fronte all’altro, si ritrovano uguali e non più nemici.
Nel frattempo anche il giovane Albert viene arruolato, mostrandoci tutto l’orrore, la paura e la follia della prima guerra mondiale, le cariche suicide fuori dalle trincee, l’uso dei gas tossici, e ogni altro stratagemma tutto umano per uccidere il prossimo. 
La “favola” termina come ci si aspetterebbe, nonostante il disastro collettivo. La morte risparmia sia il giovane sia l’amato animale (“il cavallo miracoloso”) che potranno tornare insieme a casa, anche se ovviamente il lieto fine risulta piuttosto amaro considerando  la mole di cadaveri accumulati nella storia e dalla Storia.

Voto: 7

giovedì 23 gennaio 2014

Martin Scorsese Day - Shutter Island


Titolo originale: Shutter Island
Paese: U.S.A.
Anno: 2010
Durata: 137 min.
Genere: Thriller
Regia: Martin Scorsese
Soggetto: Dennis Lehane
Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
Cast: Leonardo DiCaprio, Ben Kingsley, Mark Ruffalo, Michelle Williams, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Ted Levine, John Carrol Lynch, Elias Koteas, Jackie Earle Haley
Trama: Nel 1954 i due agenti federali Edward Daniels e Chuck Aule vengono inviati nell'ospedale psichiatrico di Shutter Island, dove è avvenuta la scomparsa della paziente Rachel Solando, ricoverata in una camera blindata. 

Shutter Island, quarto film frutto della collaborazione tra Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio, è tratto dall'omonimo romanzo (edito in Italia con il titolo L'isola della paura) di Dennis Lehane, autore di thriller cui il cinema deve molto (Mystic River di Clint Eastwood, ma anche Gone baby gone di Ben Affleck).
Purtroppo, di questo film non si può dire molto senza rovinare il finale, per cui mi limiterò a qualche brevissima considerazione. 
Come il romanzo, il film di Scorsese è, infatti, un thriller sconvolgente e mai banale, che presenta accentuati caratteri noir, grazie ad un'ambientazione grigia ed inquietante che avvolge lo spettatore e che ricorda gli horror di Hitchcock, quali Psycho e Gli Uccelli.
Il film presta particolare attenzione alla psiche del protagonista nel quale si svolge un dissidio interiore, che sfugge alle persone che lo circondano: "Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo per bene?".
Il finale sorprendente ha precedenti illustri: uno su tutti, Il gabinetto del dottor Caligari, film del 1919 di Robert Wiene e a cui collaborò anche Fritz Lang, un film che un esperto di cinema come Martin Scorsese sicuramente conosce bene.
Bravissimo Leonardo DiCaprio nei panni di Edward Daniels, uno dei personaggi più tormentati della sua carriera, mentre meno convincenti risultano Mark Ruffalo nei panni delll'agente Chuck Aule e Ben Kingsley nei panni del dottor Cawley. Bravissima anche Michelle Williams in un piccolo ruolo, ma di estremo rilievo.

Voto: 7 e 1/2

Se vi è piaciuto, guardate anche: Mystic River, Gone baby gone, Il gabinetto del dottor Caligari



Ho voglia di cinema partecipa alla giornata evento organizzata dal gruppo di blogger, che oramai conoscete bene, per festeggiare l'uscita nelle sale del nuovo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street (di cui potete leggere qui la mia recensione).
Martin Scorsese è uno dei registi più importanti della nostra epoca, che come pochi riesce ancora ad avere qualcosa da dire dopo tanti anni di carriera: un regista spesso incompreso dalla critica (basti ciò che è stato detto in America e in Italia di The Wolf of Wall Street) e dai suoi colleghi (ha ricevuto solo un premio Oscar come regista per The departed), ma che a mio avviso è uno dei pochi ad aver saputo rappresentare i conflitti dell'uomo contemporaneo, tra l'altro con un linguaggio accessibile a tutti.
La mia simpatia va a Martin Scorsese anche perché è il primo regista americano che io abbia mai visto dal vivo. Nel novembre del 2005 era, infatti, a Bologna per ricevere una laurea honoris causa e per presentare No direction home, un documentario (bellissimo) dedicato a Bob Dylan: un evento che mi fa molto piacere ricordare visto che non capita proprio tutti i giorni.
Ecco tutti i blog partecipanti al Martin Scorsese Day (#MartinScorseseDay):

Cinquecentofilminsieme
Director's Cult
Ho Voglia di Cinema
In Central Perk 
Le maratone del bradipo cinefilo
Life functions terminated
Montecristo
Non c'è paragone
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0
White Russian






martedì 21 gennaio 2014

THE WOLF OF WALL STREET


Titolo originale: The Wolf of Wall Street
Paese: U.S.A.
Anno: 2013
Durata: 179 min.
Genere: commedia
Regia: Martin Scorsese
Soggetto: Jordan Belfort
Sceneggiatura: Terence Winter
Cast: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Jon Favreau, Cristin Milioti, Matthew McConaughey, Jean Dujardin, Jon Bernthal, Spike Jonze, Rob Reiner, Kyle Chandler, Ethan Suplee, Shea Whigham, Chris Riggi, Jake Hoffman, Christine Ebersole, Joanna Lumley
Trama: Ascesa e caduta di Jordan Belfort, broker di Wall Street che negli anni Ottanta rubò milioni di dollari ai suoi clienti.

Dopo la parentesi di Hugo Cabret, Martin Scorsese torna ad un cinema vibrante ed aggressivo con The Wolf of Wall Street, la vera storia di Jordan Belfort, broker che negli anni Ottanta rubò ai suoi clienti milioni e milioni di dollari, costruendosi una vita fatta di eccessi, tra party, droga e prostitute.
Il film di Scorsese descrive la parabola di ascesa e caduta di un uomo che ha fatto del denaro il suo dio, ma non cade nei facili moralismi caratteristici di tali storie: per tutto il corso del film Jordan Belfort si diverte, si compiace di questo divertimento e non emerge mai un momento critico in cui si pente realmente di ciò che fa. Per dirla con John Milton, Belfort prende alla lettera l'insegnamento di Lucifero in Paradiso Perduto: "Meglio essere re dell'Inferno che schiavi del Paradiso". 
Ma è proprio qui che, attraverso rapidi e fugaci sguardi (su tutti, quello della figlia di Belfort, che vede il padre e l'amico Donnie strafatti litigare per un telefono), emerge il punto di vista critico del film: la vita di Jordan Belfort sarà stata per molto tempo indubbiamente divertente, ma il divertimento può essere davvero un'aspirazione? Se il divertimento diventa un fine da perseguire, ogni altro valore diviene secondario e non importa rubare, drogarsi, tradire la propria moglie. In questo senso, la storia di Jordan Belfort è una storia molto anni Ottanta, ma è allo stesso tempo una storia sempre molto attuale, laddove la sana voglia di trasgressione che tutti inevitabilmente provano nel corso della propria vita diventa per qualcuno la regola (vedi anche, sullo stesso tema, The bling ring di Sofia Coppola). Senza false prese di coscienza e senza falsi pentimenti, Scorsese mostra allo spettatore come può apparire la vita di un uomo che può divertirsi sempre, incurante delle conseguenze, che, però, alla fine, in qualche modo, arrivano sempre, che siano giudiziarie o semplicemente familiari. Si tratta di conseguenze che, comunque, non cambiano la realtà precedente: ovvero il divertimento fino a quel momento vissuto. Ma ne vale davvero la pena? Meglio rubare o divertirsi per qualche anno, conservando un ricordo integro di quegli anni, per poi finire i giorni di gloria, o vivere tutti i giorni, sempre uguali, tornando a casa in metro, ma a posto con la propria coscienza? In poche parole, meglio essere re dell'Inferno o schiavi del Paradiso?
Prendere o lasciare: la scelta è a noi, ma l'invito del regista è chiaro, sebbene la vita ponga continuamente di fronte a dubbi ed esitazioni, attratti come siamo da ciò che non abbiamo.
Ottime le interpretazioni: a partire da Leonardo DiCaprio, indiscutibile mattatore  e protagonista, che regge il film sulle sue spalle per circa tre ore, in cui compare praticamente in tutte le scene sfoggiando una nuova abilità da commediante: un Leonardo DiCaprio naturale e a suo agio, vicino al giovane attore degli inizi, quello di Ritorno dal nulla, Poeti dall'Inferno, Buon compleanno Mr. Grape, ma con un pizzico di maturità in più.
Bravi anche Jonah Hill, nei panni dell'insopportabile Donnie, e Margot Robbie, praticamente un'esordiente, molto convincente per i suoi 23 anni.
Una menzione speciale va a Rob Reiner, nei panni dell'irascibile padre di Jordan, a Matthew McConaughey in un simpatico cameo in cui riveste il mentore del protagonista, e infine a Jean Dujardin, che dopo The Artist torna ad Hollywood interpretando un corrotto banchiere svizzero.

Voto: 8

Se vi è piaciuto, guardate anche: Wall Street, Wall Street - Il denaro non dorme mai

domenica 19 gennaio 2014

OBLIVION


Recensione di Marco Zaninelli

Titolo originale: Oblivion
Paese: U.S.A.
Anno: 2013
Durata: 135 min.
Genere: fantascientifico
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Joseph Kosinski, William Monahan, Karl Gajdusek, Michael Arndt
Cast: Tom Cruise, Morgan Freeman, Melissa Leo, Olga Kurylenko, Andre Riseborough, Zoe Bell, Nicolaj Coster-Waldau

Molti si accomoderanno sulle poltrone del cinema attendendosi una pellicola fantascientifica dall’impostazione banale ma certo coinvolgente: una trita guerra aliena, le solite intense sparatorie, gli sguardi di Tom Cruise e la grandezza dell’inarrivabile Morgan Freeman. Sarete smentiti, almeno per ciò che riguarda la trama. 
A primo acchito il film narra “un post”, almeno rispetto a quello che solitamente viene raccontato in questo genere di pellicole. L’umanità ha vinto la sua guerra dei mondi ma il pianeta è irrimediabilmente perduto, la razza aliena che ha invaso la Terra ci ha costretti all’uso dell’immancabile deterrente nucleare. L’umanità sta quindi raccogliendo risorse utili alla partenza, all’abbandono definitivo della pianeta ormai compromesso: immense pompe raccolgono l’acqua per la fusione all’idrogeno mentre una gigantesca base spaziale (che ha una curiosa forma piramidale ... a qualcuno potrà ricordare una certa simbologia divina ... piramide e occhio onnisciente) attende in orbita gli ultimi tecnici che si occupano di queste preziose e delicate operazioni preparatorie. Ecco allora Jack Harper (Tom Cruise), con la moglie (Andrea Riseborough) addetta alle comunicazioni, nella loro routine quotidiana: mantenere il contatto con la base, riparare i droni che si occupano della sorveglianza, ecc. dal momento che qualche alieno sopravvissuto compie ancora sporadici tentativi di sabotaggio. Intorno alla bianchissima e modernissima base da cui ogni mattina Jack parte, una sorta di attico extralusso con piscina a strapiombo sul vuoto e pista di decollo, la terra di “compromesso” sembra avere ben poco; anzi, dall’assenza umana sembra solo aver guadagnato. Jack deve solo tenersi ben lontano da una zona offlimits, ma per il resto si può godere, e noi con lui, le eccezionali viste, sconfinati e verdeggianti territori, stretti canyon, fiumi, pianure infinite, dove unico ricordo dell’umanità sono carcasse di navi, edifici già inglobati da una terra vorace, l’immancabile braccio della statua della libertà (presente in ogni buon film postapocalittico!), un terreno scolpito da immensi crateri di bombe, per altro anch’essi già riconquistati dalla natura; in ultimo, udite udite, ci sono dei libri; e proprio quelli di carta. 
Assistiamo quindi alla routine di un uomo che, in ogni caso, va al lavoro con il mitra, affronta le piccole difficoltà che possono capitargli e anche laddove ci aspetteremmo un attacco degli striscianti, animaleschi e bellicosi alieni, fuoriusciti dalle viscere e dai ruderi, tutto si risolve con l’intervento degli onnipresenti droni di sorveglianza, pronti a disintegrare qualsiasi essere possa minacciare il nostro buon tecnico. 
Jack tuttavia è afflitto da sogni ricorrenti, da ricordi del suo passato (come è spiegato all’inizio del film la memoria dei sopravvissuti è stata cancellata) e dall’immagine di una donna (Olga Kurylenko) che lo tormenta . Sente che la terra è ancora casa sua, colleziona libri e altri oggetti che, senza esclusioni, come si vedrà una volta svelati gli arcani, risulteranno tutti riconducibili al suo passato. Fin dal titolo, il desiderio e la volontà di dimenticare, o nel caso di Jack di ricordare ciò che è andato perso, sarà un elemento costante, soprattutto nei rapporti tra lui e la moglie. 
Ma ecco emergere l’ottima sceneggiatura, ritoccata da una graphic novel (opera dello stesso registra del film, Joseph Kosinski, già visto in Tron Legacy); al dubbio sistematico dello spettatore e al timore che le proprie domande non ottengano risposte nemmeno al termine della proiezione si somma un mistero in un crescendo di complicanze e sovrapposizioni che stordiscono e confondono; il più straniante, pur cercando di non svelare completamente il finale, sarà quella di trovarci due Jack Harper, identici, pronti a combattersi. 
La trama risulta quindi originale, ingarbugliata e complessa; in un perfetto mix di azione e suspense che stimola lo spettatore a ipotizzare, a cercare spiegazione all’intricarsi degli eventi: la presenza, sotto le spoglie degli extraterrestri di altri umani, tra cui il sempre eccelso Morgan Freeman o l’arrivo sulla terra di un modulo con equipaggio ibernato in cui Jack ritroverà la donna che tormenta i suoi sogni. Tutto alla fine sarà spiegato, il cerchio si chiuderà perfettamente; persino alcune formule e locuzioni ripetute con cui Jack e lamoglie comunicano con “Sally”, la base spaziale in orbita, troveranno il loro perché. 
Un'ultima notazione: nel film, coerentemente con la trama che non si vuole svelare, viene esplicitata quello che dovrebbe caratterizzare un essere umano, ciò che lo distinguerebbe dall’alieno, dall’altro da sé. Beh, sono caratteri su cui ci sarebbe molto da riflettere: i libri, in primo luogo, la curiosità, il desiderio di conoscenza e infine l’amore e il senso di sacrificio. Molta carne al fuoco, ma d’altra parte «fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e conoscenza»! 
Un libro in particolare viene aperto durante il film, da cui viene anche recitato un piccolo stralcio; si tratta di un opera non particolarmente celebre ma interessante da riscoprire, di cui non esistono traduzioni o edizioni moderne, i Canti di Roma antica di Thomas Babington Macaulay, canto I, XXVII: 

Then out spake brave Horatius, 
The Captain of the Gate: ``To every man upon this earth 
Death cometh soon or late. 
And how can man die better 
Than facing fearful odds,
 For the ashes of his fathers, 
And the temples of his gods. 

Ovvero nella traduzione datata 1869: 

Allor l’invitto capitano Orazio,
Della porta custode favellò: 
«A morte ogni uom su questa terra è sacro; 
O presto o tardi ella s’ aggiugne: 
e come Uom può meglio morir, che osando impavido 
Disfìdar tanti orribili’ perigli 
Pel cenere de’ padri, e per i templi 
De’ patrii Numi.

Nel film si è optato per una nuova traduzione, meno fedele ma più adatta a un ampio pubblico e certamente di maggiore effetto: 

E per un uomo quale fine migliore 
Che affrontare rischi fatali 
Per le ceneri dei suoi padri 
E per i suoi dei immortali. 

Infine, per concludere, i più arditi potranno vedere l’opera di Macaulay direttamente free su Google books: 

http://books.google.it/books?printsec=frontcover&dq=canti+di+roma+antica&ei=NDiRUYKAJ9HB7AbchIGoAg&id=m0M2AQAAMAAJ&hl=it&output=text

Voto: 7

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sabato 18 gennaio 2014

IL MONDO DI ARTHUR NEWMAN

Titolo originale: Arthur Newman
Paese: U.S.A.
Anno: 2012
Genere: drammatico
Durata: 101 min.
Regia: Dante Ariola
Sceneggiatura: Becky Johnston
Cast: Colin Firth, Emily Blunt, Anne Heche, Sterling Beaumon, Kristin Lehman, David Andrews, Peter Jurasik
Trama: Wallace, cinquantenne divorziato con un figlio che non lo sopporta, decide di fingere la propria morte e ricominciare la propria vita altrove. Durante il viaggio incontra Michaela, una giovane donna nevrotica, come lui in fuga dalla propria identità.

Il mondo di Arthur Newman si colloca nel classico filone dei road movies, nei quali i protagonisti fuggono da una realtà di emarginazione e incomprensione alla ricerca di una nuova vita.
Come spesso accade, il problema è in sè e non all'infuori di sè e il viaggio serve a porre luce sui fantasmi del passato.
Il film dell'esordiente Dante Ariola non devia dal classico schema: i due protagonisti - Wallace/Arthur e Michaela/Charlotte - credono di poter ricostruire una vita lontano dai fallimenti della propria esistenza precedente. Ben presto, però, i sogni e le speranze si frantumano e i due sono costretti a fare i conti con il passato.
I due interpreti - Colin Firth ed Emily Blunt - sono molto bravi nel rendere le inquietudini dei protagonisti, come la loro spensieratezza nei momenti più divertenti del viaggio. La sceneggiatura, invece, si mostra carente sotto molteplici punti di vista.
In primo luogo, la coppia non vive una vera e propria evoluzione nel corso del viaggio. Sia Wallace che Charlotte, infatti, si rendono conto, senza grossi stravolgimenti, dell'impossibilità della fuga. 
Se ciò può funzionare per Wallace, un uomo presentato come un inetto sin dall'inizio, non funziona assolutamente per Charlotte, che, nonostante le caratteristiche da giovane ribelle, cede troppo facilmente di fronte ai consigli paterni di Wallace.
Anche la famiglia di Wallace è rappresentata in modo maldestro e superficiale e il tentativo di abbozzare un rapporto di complicità tra il figlio e la nuova compagna dell'uomo è assolutamente incompiuto.
Tutto ciò fa sì che, nonostante la bontà degli interpreti, Il mondo di Arthur Newman rappresenti un film di scarso interesse e addirittura evitabile.

Voto: 5

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