domenica 29 giugno 2014

Short Reviews #1: NEBRASKA


Nebraska (tit. originale Nebraska), U.S.A. 2013 
Regia di Alexander Payne

Un film apparentemente "piccolo", che nessuno nota. Agli ultimi Academy Awards gareggiava con dei "grandi", che lo hanno totalmente messo in ombra, ma secondo me li superava tutti.
Nell'immagine, Bruce Dern e Will Forte: un padre e un figlio in crisi, per la prima volta si trovano vicini in un viaggio folle e senza speranza, unico senso in una vita intera di lontananza e ignoranza reciproca.

Voto: 10 e lode

venerdì 16 maggio 2014

ORIGINALE VS. REMAKE: ANGELI CON LA PISTOLA

Torna finalmente l'appuntamento con la rubrica Originale vs. Remake in collaborazione con Director's Cult.
Questa volta la scelta è caduta su Signora per un giorno, commedia del 1933 di Frank Capra, di cui lo stesso Capra nel 1961 ha diretto il remake, Angeli con la pistola.
Su Director's Cult potete trovare la recensione del film originale, di seguito, invece, trovate la recensione del remake.


Titolo originale: Pocketful of Miracles
Paese: U.S.A.
Anno: 1961
Durata: 136 min.
Genere: commedia
Regia: Frank Capra
Sceneggiatura:  Hal Kanter, Harry Tugend, Jimmy Cannon
Cast: Glenn Ford, Bette Davis, Hope Lange, Arthur O' Connell, Peter Falk, Mickey Shaughnessy, Ann Margret, Thomas Mitchell, Edward Everett Norton
Trama: Dave lo sciccoso è conosciuto come uno dei gangster più temibili di New York e non va mai in giro senza una mela, che compra da una vecchia mendicante, Annie. Quando quest'ultima si trova in difficoltà, Dave, se non vuole perdere la sua fortuna, deve aiutarla. 

Angeli con la pistola è l'ultimo film diretto nel 1961 da Frank Capra, uno dei più importanti registi americani della prima metà del Novecento, autore di film capolavoro, come Accade una notte e La vita è meravigliosa.
Remake di Signora per un giorno, film che lo stesso Capra aveva diretto circa trent'anni prima, Angeli con la pistola è una simpatica commedia che racconta il classico American Dream, di cui tutti i protagonisti in qualche modo sono partecipi.
Annie è una vecchia mendicante che viene trasformata in una signora dell'alta società; Dave lo sciccoso è un uomo che si è fatto da solo, che si trasforma suo malgrado in un benefattore; Regina, da cassiera in una birreria, arriva a gestire diversi ristoranti, ma aspira a diventare una moglie ed una madre. Ed infine, Louise, figlia illegittima di Annie, riesce addirittura a conquistare l'amore di un aristocratico.
Di fronte a questi self made men e self made women, i conti Romero, padre e figlio, appaiono vecchi, imbalsamati e facilmente raggirabili.
E quando il Conte Romero, padre, chiede al finto marito di Annie, il "Giudice", di fornire una dote alla giovane Louise, emerge con limpidezza la considerazione che gli Americani hanno (o, perlomeno, avevano nel 1961), della Vecchia Europa, verso cui Capra non sente nessun attaccamento.
Per il resto, il film conserva dopo tanti anni la sua verve e la sua ironia, grazie soprattutto ai personaggi secondari, come Piccolo, l'autista analfabeta di Dave (cito: "Non sapevo che New York avesse il mare"),  Hutchins, il maggiordomo romantico, e Carmelo, socio di Dave, interpretato da un giovane Peter Falk, che veste i panni di un criminale italo-americano, sebbene non avesse origine italiane.

Voto: 7

martedì 22 aprile 2014

DIVERGENT


Recensione pubblicata su Il profumo della dolce vita

Titolo originale: Divergent
Paese: U.S.A.
Anno: 2014
Durata: 139 min.
Genere: azione, fantascienza, drammatico
Regista: Neil Burger
Soggetto: Veronica Roth 
Sceneggiatura: E. Daugherty, V. Taylor
Cast: Shailene Woodley, Kate Winslet, Theo James, Ashley Judd, Zoe Kravitz, Maggie Q, Mekhi Phifer, Tony Goldwyn

E' difficile parlare di Divergent, il nuovo young adult diretto da Neil Burger e tratto dall'omonimo romanzo di Veronica Roth, senza riferirsi ad altri film appartenenti al genere, in primis ad Hunger Games.
In Divergent non c'è Panem e non ci sono i Dodici Distretti, ma c'è una Chicago, incredibilmente sopravvissuta alle guerre che hanno distrutto il mondo, divisa in cinque fazioni: gli Intrepidi, i Candidi, gli Eruditi, i Pacifici e gli Abneganti. Giunta all'età di sedici anni, Beatrice Prior, appartenente per nascita agli Abneganti, si sottopone ad un test della personalità, che ha lo scopo di rivelarle a quale fazione appartenga per natura, ma scopre di essere una divergente: non classificabile, non catalogabile e per questo un pericolo per l'ordine costituito. 
Il principale limite di Divergent è quello di scopiazzare un po' di qua e un po' di là, senza avere una propria anima che lo renda unico. Se il riferimento immediato va ad Hunger Games, il film si rivela presto spento e vuoto come The Twilight Saga o il più recente Shadowhunters - Città di Ossa
Se almeno nella prima parte il film diverte e incuriosisce, stuzzicando lo spettatore su questo mondo distopico, un po' futuristico e un po' medievale, diviso in fazioni anziché in corporazioni, nella seconda parte la storia precipita senza essere in alcun modo verosimile o accattivante ed emergono i difetti dell'intera trama. 
Innanzitutto, la protagonista, Beatrice, è un personaggio poco credibile, che subisce una trasformazione troppo repentina per una sedicenne. Se Katniss Everdeen è, grazie anche al carisma di Jennifer Lawrence, un'eroina per caso e controvoglia, prima pedina dei giochi e poi della ribellione, Beatrice Prior, dopo aver superato miracolosamente le prove fisiche cui la sottopongono gli Intrepidi, si trasforma addirittura in una sorta di eroina da videogioco, che sventa da sola un golpe condotto dagli Eruditi a danno degli Abneganti. 
Un'altra evidente lacuna del film è la capacità recitativa dei protagonisti. Shailene Woodley si impegna, ma è prematuro definirla, come è stato fatto da alcuni, «la nuova Jennifer Lawrence». Theo James, coprotagonista maschile, è un James Franco totalmente inespressivo o coinvolgente, mentre Kate Winslet interpreta con aria di sufficienza un personaggio non esattamente memorabile. Sono già in cantiere i due seguiti, che speriamo sapranno colmare i diversi limiti presenti in questo film. 

Voto: 5

Se vi è piaciuto, guardate anche: Hunger Games, Shadowhunters - Città di ossa, Twilight

domenica 6 aprile 2014

LEI


Recensione per Il profumo della dolce vita

Titolo originale: Her
Paese: U.S.A.
Anno: 2013
Durata: 126 min.
Genere: romantico, drammatico
Regia: Spike Jonze
Soggetto: Spike Jonze
Sceneggiatura: Spike Jonze
Cast: Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Amy Adams, Scarlett Johansson, Olivia Wilde, Chris Pratt, Portia Doubleday

Se dovessimo quantificare le ore che spendiamo “con” Facebook o “con” Twitter, probabilmente rimarremmo stupefatti. Non è, infatti, molto lontano dal vero dire che trascorriamo più tempo “con” internet che con i nostri amici.
Naturalmente, ciò tende ad essere visto come un sintomo del decadimento delle nuove generazioni, incapaci di costruire relazioni “reali” con gli altri individui; non si contano gli articoli e gli approfondimenti sull'argomento.
Ma se ribaltassimo la prospettiva? Se non considerassimo il tempo trascorso con un apparecchio artificiale necessariamente un male?
E' ciò che fa Spike Jonze in Lei (titolo originale: Her), nelle nostre sale in questi giorni e premiato agli scorsi Academy Awards per la migliore sceneggiatura originale.
In un mondo perfettamente integrato con le macchine, il protagonista di Lei, Theodore, è un uomo tormentato dai fantasmi del passato e incapace di accettare il divorzio. Egli riscopre finalmente l'amore grazie ad un sistema operativo chiamato Samantha, che in un primo tempo sembra solo una voce che ascolta i suoi problemi, con l'obiettivo di risolverli. Tuttavia, ben presto si scopre che Samantha è dotata, altresì, di una coscienza ed una vita autonoma, nutre le sue passioni ed irremediabilmente le sue esigenze si evolvono, scontrandosi con quelle di Theodore.
Il problema della coscienza della macchina è antico: da Hal 9000 di 2001 – Odissea nello spazio al recentissimo Oblivion. Tuttavia, nessuno mai prima di Spike Jonze aveva rappresentato in questi termini una storia d'amore con un'intelligenza artificiale.
Samantha, infatti, se da un lato è affine ai replicanti di Blade Runner oppure ai più recenti cloni di Non Lasciarmi, allo stesso tempo si distacca completamente dai suoi archetipi. I replicanti e i cloni aspiravano ad essere uomini. Samantha aspira solo ad essere se stessa. E, alla fine, non sarà più Samantha a rincorrere Theodore, ma Theodore a rincorrere Samantha.
Straordinarie le prove attoriali di Joaquin Phoenix, da un lato, che per buona parte del film è “solo” un ascoltatore, e di Scarlett Johannson, dall'altro, che, sebbene abbia a disposizione solo la propria voce, mantiene completamente inalterata la propria sensualità.

Voto: 8

Se vi è piaciuto, guardate anche: Non lasciarmi, Blade Runner

lunedì 31 marzo 2014

GAMER


Recensione di Marco Zaninelli

Titolo originale: Gamer
Paese: U.S.A.
Anno: 2009
Durata: 95 min.
Genere: azione, fantascienza, thriller
Regia: Mark Neveldine, Brian Taylor
Soggetto e sceneggiatura: Mark Neveldine, Brian Taylor
Cast: Gerald Butler, Logan Lerman, Alison Lohman, Michael C. Hall, Ludacris  
Questo film è del 2009. Non mi era mai capitato di vederlo, era stato uno dei tanti film d’azione che nelle mie capatine al cinema avevo snobbato come mera violenza gratuita. Qualche sera fa lo passano in televisione, mi pare su Cielo, che tendenzialmente mette in programmazione film tutt’altro che da Empireo (perdonate la battuta, probabilmente sono riuscito ad attirarmi l’odio generale già nelle prime 4 righe).
Svogliato mi metto a guardarlo nella speranza che mi concili un rapido sonno ristoratore. E invece, maledetto a lui, no. Dopo un po’ mi avvicino un foglietto di carta. Inizio a buttare giù qualche impressione. La stanchezza e il sonno si dileguano. Continuo a scrivere.
Dai miei appunti leggo: «psichedelica distopia fantascientifica». Ditemi se un persona normale scriverebbe una cosa simile. Io faccio di peggio, la faccio anche pubblicare. In ogni caso il film è ambientato per l'appunto negli USA di un non lontano futuro (2034) in cui il sistema carcerario è al collasso. Allora il governo, d’accordo con un genio alla Zuckeberg, tale Ken Castle (Michael C. Hall, sempre eccezionale quanto deve interpretare uno psicopatico, come nella serie tv Dexter), crea un videogioco sparattutto online in cui gli utenti, attraverso un sistema di controllo remoto della mente, comandano le azioni di un detenuto condannato a morte. Questo è Slayers; il detenuto che riuscirà a vincere 30 battaglie avrà la libertà.
Potete immaginare che tutto ciò si trasformi in un cruento, disumano e terrificante modo per sfoltire le carceri stracolme. Come è immaginabile, i pochi fortunati che riescono a salvarsi tendono invece a dare segni di “leggero” squilibrio. Soltanto un condannato è stato in grado di superare ben 27 battaglie, senza morire o impazzire: il suo nome è John "Kable" Tillman (Gerard Butler) ed è controllato da un ragazzino, tale Simon (Logan Lerman, del secondo Percy Jackson e di Noi siamo infinito).
In realtà, il miliardario deve la sua ricchezza a un altro videogioco, Humanz, ovvero la versione pacifica di Slayers, una specie di Second Life, in cui però, ancora una volta, gli avatar dei giocatori sono persone reali. Uno di questi avatar è proprio la moglie di Kable. Lui ovviamente combatte per tornare dalla famiglia, ma nessuno può scampare al massacro, soprattutto se, come lui, conosce troppe cose. Ken Castle infatti progetta l’asservimento dell’umanità tramite la stessa tecnologia già usata nei due videogiochi. A contrastarlo restano solo  un gruppo di sovversivi, capitanati dal rapper Ludacris, che scagliano una serie di attacchi informatici e aiutano Kable a fuggire.
La storia non è delle più originali, ma in realtà è stato il contorno ad avermi stupito:  in particolare la riflessione sull’alienazione che una tecnologia troppo immersiva  può provocare e il fatto che lo strepitoso successo che i due videogiochi hanno (scene di globale isteria collettiva con folle che seguono lo svolgersi delle battaglie) sia basato sulla soddisfazione dei più bassi istinti dell’uomo: la violenza, in primis, e tutte le conseguenze che derivano dalla più totale e folle libertà individuale, senza legge o etica.
Gli avatar in Humanz, totalmente alienati dalla propria volontà, offrono i propri corpi al totale controllo dell’utente esterno, in uno scenario anarchico in cui tutto è possibile; prevedibili le conseguenze: dagli abiti più assurdi, alle scenografie e gli edifici psichedelici, alla nudità gratuita, alle perversioni sessuali più contorte, allo scatenarsi di orge, risse, ferimenti provocati da utenti sadici, promiscuità, voyeurismo, ecc. Tutte azioni compiute dagli utenti nella solitudine di casa propria e poi ripetute dagli avatar nella realtà.
Interessanti anche le scelte registiche: alcuni accorgimenti ricostruiscono, o per lo meno tentano di farlo,la visuale che un giocatore avrebbe in un’esperienza di gioco su console in terza persona; rallenty sulle esplosioni e i momenti salienti, alterazioni dello schermo, rallentamenti del fluire delle azioni, ecc.
Per tutte queste cose e per il discorso che comunque cerca di portare avanti, pur nelle sue mancanze, ho pensato che un 6 fosse comunque meritato. 

Voto: 6